Esperienze come mediatore culturale - Studio Valerio Buemi

Esperienze come mediatore culturale

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Il mediatore culturale rappresenta una delle professioni d’avanguardia in questa fase storica, direttamente collegata sia alla globalizzazione delle relazioni tra culture e individui – in cui il fenomeno migratorio svolge un importante ruolo, sia alla conseguente necessità – avvertita dalle istituzioni così come dagli enti privati – di appianare i contrasti originati dalla diversità di mentalità, costumi e visioni del mondo e di agevolare l’incontro tra soggetti con identità culturali differenti, al fine di consentire una armoniosa convivenza nel contesto di una società interculturale.

 

Si tratta dunque di un lavoro che consente di utilizzare sul terreno dei rapporti sociali, delle conflittualità, della sfida dell’integrazione, le conoscenze teoriche acquisite in campo linguistico e culturale, rendendole autentico strumento di costruzione del dialogo, dell’inserimento socio-culturale dei soggetti “stranieri”, dell’abbattimento delle barriere sub-culturali e/o materiali che impediscono a un dato ambito territoriale di essere aperto all’interazione multiculturale.

 

Il mediatore culturale è insomma un “ponte” tra territori apparentemente isolati e lontani, potenzialmente ostili, che invece si scoprono essere vicini e collegati tra loro e convivere pacificamente, grazie all’opera di mediazione e facilitazione della reciproca comprensione e conoscenza effettuata dal mediatore.

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Ho iniziato la mia attività di mediatore culturale in Egitto, nel gennaio 2007, con la partecipazione al progetto del Ministero degli Esteri e del Ministero del Lavoro italiani, in partnership col Ministero della Forza Lavoro egiziano, denominato “La Mobilità internazionale del lavoro”, implementato dall’Istituto Salesiano “Don Bosco” del Cairo, per cui ho operato come mediatore culturale e tutor linguistico in una classe di 30 lavoratori egiziani, da formare alla conoscenza della lingua e della civiltà italiana prima di partire per andare a lavorare in aziende italiane. È stata un’esperienza professionale molto impegnativa e stimolante, poiché occorreva sia coadiuvare il docente di lingua nel veicolare le norme della lingua italiana a persone con un livello di istruzione formale medio-basso e parlanti un idioma completamente diverso da quello italiano, sia insegnare tramite lezione frontali in lingua araba le principali nozioni di educazione civica relative alla società italiana. Ogni giorno di lavoro è stato dunque segnato da una certosina opera di analisi e spiegazione di concetti linguistici e culturali complessi, in continuo movimento tra differenti categorie logiche e di pensiero, allo scopo di permettere ai discenti sia di acquisire i meccanismi della lingua italiana scritta e parlata, sia di avere cognizione del funzionamento della società italiana. Uno sforzo che è stato ricompensato dal successo di tutti gli studenti nell’esame finale di lingua italiana.

 

Nel periodo gennaio-febbraio 2008, ho collaborato volontariamente con la Caritas Vicariale di Paternò (CT), operando come mediatore linguistico e culturale per la lingua araba tra i lavoratori stagionali maghrebini residenti nel territorio di Paternò e i volontari del centro di assistenza territoriale della Caritas.

 

Successivamente ho deciso di conseguire la qualifica “ufficiale” di mediatore culturale, iscrivendomi a un corso di formazione professionale di 900 h (periodo marzo-dicembre 2008; esame finale svolto il 24.07.2009 e superato col massimo dei voti), finanziato dalla Regione Sicilia e dal Fondo Sociale Europeo e implementato dal Centro di Iniziativa Ricerca e Programmazione Economica (CIRPE), un ente di formazione di Catania. Tale corso mi ha consentito di approfondire le tematiche inerenti il ruolo e i compiti del mediatore, la normativa italiana sull’immigrazione, il diritto internazionale, il diritto costituzionale, il sistema sanitario nazionale. Le lezioni di counseling, psicologia di comunità e dinamiche di gruppo, pedagogia interculturale mi hanno dato ulteriori strumenti operativi, mentre i corsi di antropologia culturale, storia delle religioni e quelli linguistici (inglese, francese e spagnolo) sono stati un utile corollario per arricchire la preparazione a 360° gradi che il mediatore culturale deve necessariamente avere.

 

Alla fine del corso (ottobre-dicembre 2008), ho effettuato uno stage presso il “Centro Astalli –Jesuite Refugee Service” di Catania, durante il quale ho prestato servizio come mediatore linguistico culturale per le lingue araba, inglese e francese presso il centro d’ascolto, lo sportello legale e l’ambulatorio; inoltre ho svolto servizio di accompagnamento di migranti e richiedenti asilo politico presso uffici istituzionali, assistendoli nel disbrigo di pratiche e procedure burocratiche. Tale esperienza mi ha consentito di prendere coscienza delle problematiche che i migranti affrontano nella loro vita quotidiana in una grande città della Sicilia come Catania, nonché del concreto sostegno che il mediatore culturale può dare ai migranti per affrontare e superare tali criticità e iniziare a costruire una nuova vita in terra straniera. I problemi derivano soprattutto dalla mancanza di un efficiente apparato di mediatori linguistici e culturali a disposizione degli uffici della Pubblica Amministrazione, che unita alla debole conoscenza della lingua italiana da parte dei migranti da poco giunti nel nostro Paese, rende molto complicato l’effettivo inserimento dell’immigrato nel tessuto sociale e produttivo catanese.

 

Questo percorso mi ha infine condotto alla fondamentale esperienza, umana prima ancora che professionale, del lavoro come mediatore linguistico e culturale per le lingue araba, inglese e francese presso il Centro di identificazione ed espulsione (CIE) e il Centro di Soccorso e Prima Accoglienza (CSPA) di Lampedusa (AG), che ho svolto come libero professionista per il Consorzio ITC, operando per il Dipartimento Libertà Civili del Ministero degli Interni, l’Ufficio Immigrazione e la Squadra Mobile della Questura di Agrigento, la Task Force del FRONTEX (Agenzia dell’UE per il controllo delle frontiere).

 

Oltre al lavoro come mediatore, ho svolto anche il compito di coordinatore e portavoce degli interpreti dell’ITC (una squadra multinazionale, proveniente da tutto il mondo arabo), occupandomi quindi degli aspetti gestionali e logistici collegati al nostro soggiorno a Lampedusa.

 

Sono stato inviato dall’ITC a Lampedusa alla fine di gennaio 2009, nei giorni immediatamente successivi alla “fuga” dei migranti dal CIE, in una fase estremamente delicata della gestione della presenza degli immigrati sull’isola, che si aggirava allora sulle 1300 persone. Non potrò mai dimenticare il mio primo giorno di lavoro sull’isola, speso totalmente nell’interpretariato dei colloqui dei richiedenti asilo politico, bengalesi, indiani, nigeriani, mauritani, esseri umani in fuga da guerre, miseria, persecuzioni etniche, religiose e politiche, che dopo aver affrontato peripezie di ogni genere, provavano a costruirsi una vita degna di questo nome in Europa. È stata tuttavia l’attività di mediatore culturale nel CIE a rappresentare il più importante banco di prova di quest’esperienza professionale: infatti, la nostra opera di mediazione si svolgeva tra un migliaio di migranti maghrebini, in gran parte provenienti dalla Tunisia, partiti dal loro paese soprattutto per migliorare la propria condizione economica (ma anche per sfuggire a persecuzioni politiche, a condanne penali, ecc.) e ritrovatisi invece in stato di fermo nel Centro di Identificazione ed Espulsione, e le Autorità civili e militari italiane preposte alla gestione amministrativa del Centro e al mantenimento dell’ordine pubblico.

 

Il nostro lavoro di conseguenza consisteva sia nel coadiuvare la Questura di Agrigento nelle procedure amministrative che concernono gli immigrati (gestione degli arrivi dei migranti nel Centro; pre-identificazioni; rilievi della Polizia scientifica; interpretariato negli interrogatori di Polizia giudiziaria; interpretariato nei colloqui C3 per le domande di asilo politico; gestione delle partenze dei migranti dal Centro), sia nel rappresentare alla direzione del CIE e ai funzionari civili del Ministero degli Interni tutte le richieste rappresentateci quotidianamente dai migranti presenti nel CIE, al fine di agevolare la comunicazione tra le due parti e di rendere meno problematico lo stato di fermo degli immigrati nel CIE. Purtroppo non sempre abbiamo potuto evitare l’emersione di tensioni e conflitti anche gravi all’interno del CIE, ma siamo stati comunque capaci di riconciliare le parti in contrapposizione e alleggerire le tensioni tra migranti e autorità.

 

La riconversione del CIE in CSPA (avvenuta il 15.05.2009), che ha portato allo svuotamento del Centro, e il contestuale avvio del pattugliamento congiunto italo-libico nel Mar Mediterraneo, hanno notevolmente modificato la natura del lavoro del mediatore culturale a Lampedusa. Il mediatore, infatti, non ha più dovuto gestire grandi sbarchi e/o situazioni di sovraffollamento del Centro, ma è dovuto intervenire su piccoli sbarchi, prevalentemente di migranti provenienti dal Maghreb, che dopo l’espletamento delle prime procedure amministrative e una brevissima permanenza nel Centro, venivano trasferiti in Sicilia.

 

Vi sono state comunque situazioni di grande delicatezza, per esempio quando ho lavorato con un gruppo di cinque migranti eritrei, miracolosamente sopravvissuti alla deriva del gommone su cui videro morire ben 75 loro connazionali. In situazioni di questo genere il mediatore non può limitarsi a operare secondo le metodologie proprie della sua professione, ma deve tenere in grande considerazione il drammatico vissuto di persone che sono entrate nel modo più traumatico possibile in una nuova fase della loro esistenza, avendo per di più l’obbligo di interagire con la complessa struttura delle nostre autorità giudiziarie e di polizia, al fine di chiarire il proprio status giuridico.

La mia esperienza lavorativa presso il CSPA di Lampedusa si è conclusa alla fine di gennaio 2010, poiché successivamente il Ministero degli Interni ha deciso, alla luce del ridotto numero di sbarchi di migranti a Lampedusa, di sospendere il servizio di mediazione culturale nel centro.

 

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